Friuli Venezia Giulia, Italia

Del disastro del Vajont e dei ricordi di una bambina

vajont dyke

Oggi si celebrano i 50 anni del disastro del Vajont.

Nel pordenonese, nella valle di Erto e Casso, a confine con Longarone nel bellunese era stata individuata l’area ideale per costruire una diga che all’epoca doveva essere la più alta del mondo.

Non senza precedenti avvisaglie, il 9 ottobre 1963 il Monte Toc franò, riversandosi nel lago artificiale creato dall’imponente diga e causandone l’esondazione. L’enorme quantità di acqua e fango trasbordata dal lago si scagliò sui paesini di Erto, Casso e Longarone e sui loro ignari abitanti, causando la morte di circa 2.000 persone.

Nonostante il Vajont sia una realtà a me vicina geograficamente non l’ho mai visitato: come spesso accade non è detto che i luoghi più vicini siano per forza quelli più familiari.

Eppure anche affettivamente lo sento molto vicino: quando penso al disastro del Vajont mi si stringe il cuore, e vengo presa da tanta tristezza e da una sensazione di ingiustizia pura.

La tragedia del Vajont si dice fosse una “tragedia annunciata” perchè fin dall’inizio dei lavori per la costruzione della diga le montagne avevano iniziato a “lamentarsi” con frane, smottamenti e terremoti. Ciò nonostante evidentemente gli interessi di poche persone erano più importanti della salvaguardia della valle e delle persone che ci abitavano… Per questo fu messo tutto a tacere.

Almeno fino a che il disastro non accadde. Allora si scoperchiò il vaso di Pandora, e le responsabilità vennero a galla.

Vajont

Credits fcitta on Flickr

Proprio ieri parlavo con mia mamma del fatto che oggi fosse l’anniversario della tragedia, ed è così che mi sono fatta raccontare la sua testimonianza sull’accaduto, che poi ho deciso di condividere qui.

E’ il ricordo seppur parziale di una bambina di 5 anni che viveva in una piccola frazione di Sacile, nella pedemontana pordenonese.

“Quel giorno stavo andando con mia nonna a piedi verso Caneva, dove lei aveva dei parenti. Io avevo 5 anni quindi lei ne aveva sicuramente 82. Era un po’ la strada da percorrere, ma eravamo abituati a muoverci a piedi, l’auto era un lusso per pochi soprattutto in una zona di campagna come la nostra.

Ricordo che quel giorno mentre passeggiavamo tra i campi ed attraversavamo le borgate la gente stava parlando concitatamente di questo disastro del Vajont che era appena accaduto: non che capissi bene cosa fosse successo o cosa dicessero, ero piccola, ma ne sono rimasta tanto impressionata che ancora oggi ricordo tutto molto bene.

Pensandoci ora la notizia si era divulgata parecchio in fretta: non era come oggi, che basta accendere la TV per sapere cosa è successo dall’altra parte del mondo, di TV dalle mie parti ce n’erano ancora poche, principalmente nei bar.

Il fatto era accaduto appena la notte prima ma il passaparola aveva funzionato molto bene.

L’anno dopo era il mio primo anno di scuola alle elementari di Ronche e tra i miei compagni di classe c’erano anche molti bambini sopravvissuti al Vajont. Infatti le famiglie sfollate erano state ridistribuite nelle zone limitrofe come quelle di Caneva e Sacile in cui abitavo.

Mi ricordo che si vedeva che questi bambini erano “diversi” da noi nell’aspetto, o almeno questa era la mia impressione di bambina: avevano delle facce sofferenti. Erano bambini tolti dalle loro case, alcuni avevano anche perso la mamma… Si vedeva che avevano avuto dei disagi.

Ancora adesso mi commuovo ripensando al Vajont o vedendo le immagini riproposte dai telegiornali. Ricordo i volti di quei bambini sfollati che poi sono diventati compagni di classe e compaesani.” 

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Credits feder|co on Flickr

Ho deciso di ricordare così questa incommensurabile ingiustizia, attraverso i ricordi di mia mamma.

A questo link trovate anche tutta la storia sulla diga del Vajont con un interessante documentario di Rai 3.

Vi consiglio di vederlo. Ci si rende conto che forse non sono poi cambiate tante cose in Italia dal ’63 ad oggi: interessi, omertà, corruzione sono ancora le cose che contano, a scapito dei semplici cittadini.

 

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