Corea

Visitare la DMZ: dove Nord e Sud Corea si incontrano

dmz il posto più pericoloso della terra

Quando ho iniziato a organizzare il mio viaggio a Seoul, in Corea del Sud, ero certa di una sola cosa: volevo visitare la DMZ, la Zona Demilitarizzata, a circa 60 km di distanza dalla capitale, un luogo che si è trovato ed è tutt’ora al centro di tensioni politiche e militari che hanno attirato l’attenzione del mondo intero.

Dopo anni di minacce nucleari e test missilistici sembra esserci un segnale di apertura: Kim Jong-un farà davvero la pace con il “resto del mondo”? Assisteremo alla smilitarizzazione del confine tra i due paesi? In attesa degli eventi vi racconto la mia esperienza e come ho organizzato la visita alla DMZ.

Partiamo con ordine: a cosa ci si riferisce parlando di DMZ?

La DMZ è una striscia di terra larga 4 km e lunga oltre 200 km che separa i due stati coreani lungo il 38esimo parallelo. Questo confine venne tracciato in seguito alla guerra che li ha visti coinvolti dal 1950 al 1953. E’ da allora, infatti, che la Corea è divisa: Corea del Nord, con capitale Pyongyang e Corea del Sud, con capitale Seoul.

La DMZ è definita “the most dangerous place on Earth”. Il perché di questa definizione è semplice: nel 1953 è stato firmato l’armistizio tra i due paesi ma non esiste un accordo di pace, quindi, sono ancora ufficialmente in guerra e le reali intenzioni di Kim sono un enigma… Questa striscia di sicurezza è, infatti, delimitata da recinzioni di filo spinato, posti di blocco, mine antiuomo e anticarro e guardie armate. Lungo il confine sud coreano la sicurezza è garantita da militari americani che collaborano con l’esercito sud coreano. Non è ovviamente consentito vivere nella zona e i villaggi che si trovavano lungo la frontiera sono stati progressivamente abbandonati, ma, ironia della sorte, grazie all’ isolamento forzato, l’area è diventata l’habitat di rare specie vegetali e animali. Questo è, forse, l’unico aspetto positivo prodotto dalla guerra.

Come visitare la DMZ: la mia esperienza

La DMZ non può essere visitata in autonomia e bisogna prenotare uno dei tanti tour che partono da Seoul.
Noi ci siamo rivolti al sito Tour DMZ, nello specifico abbiamo acquistato il Combined tour/Panmunjom and 3rd Tunnel.

Quello scelto da me ha come punto di partenza un hotel nel centro della città dove si effettua il pagamento con contanti o carte di credito. Il gruppo è composto da una decina di persone tra europei, americani e africani. Una volta sbrigate le pratiche, una corriera ci conduce fuori Seoul dirigendosi a nord; dopo circa un’oretta giungiamo al primo checkpoint che regola l’accesso alla Civilian Control Zone. Qui un militare sale a bordo e controlla i passaporti di tutti i passeggeri. Si tratta di una pratica che verrà ripetuta più volte nel corso del tour. Una volta accertatosi che tutti siamo in regola il pullman prosegue il suo cammino.

in bus verso la DMZ

La nostra prima tappa è Camp Bonifas, una zona al confine tra le due Coree che è sotto il controllo delle Nazioni Unite.  All’interno del suo perimetro si trova la Joint Security Area (JSA), l’unico posto lungo il confine in cui Nord e Sud Corea si guardano letteralmente negli occhi. Essendo il solo punto fisico di contatto è qui che le diplomazie si sono sempre riunite. La JSA è anche conosciuta come Panmunjeom, la cittadina che qui sorgeva e dove è stato firmato l’armistizio.

Prima di scendere dalla corriera, i militari americani impartiscono gli ordini: ci diranno quando è possibile o proibito scattare fotografie che comunque devono sempre e soltanto essere scattate con l’obiettivo diretto verso nord. Non devono infatti circolare immagini che possano permettere ai “nemici” di conoscere gli edifici e informazioni considerate sensibili.

Entriamo in un auditorium dove ci fanno firmare una liberatoria: siamo in una zona di guerra e se dovesse accadere qualcosa la responsabilità è solo nostra. Da qui, rigorosamente in fila per due, ci dirigiamo all’esterno verso la Conference Room, scortati dai militari. Nel silenzio assordante osserviamo le famose casette azzurre che appaiono in televisione: è in questi edifici che sono state condotte le trattative e negoziazioni. I militari dei due schieramenti si fronteggiano immobili senza muovere le palpebre, sembra che non respirino nemmeno. Quelli nord coreani da lontano – non così tanto…! – ci osservano. Si può vedere una sottile striscia in cemento armato che indica il confine. Ci autorizzano a scattare delle foto inquadrando (ancora) sempre e solo verso nord e poi ci fanno entrare nella sala in cui è stato firmato l’armistizio. La linea che segnala il confine prosegue all’interno della casetta azzurra e attraversa anche il tavolo. Restiamo alcuni minuti in questa stanza e ci permettono di sconfinare: qui è possibile, infatti, oltrepassare la striscia ed entrare nella Corea del Nord per qualche minuto. Un militare sud coreano, che indossa come i suoi colleghi gli occhiali da sole, protegge la porta, non sia mai qualcuno esca dalla parte sbagliata! 

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Il tour riprende con una breve sosta al bookshop, alla stele che commemora l’uccisione da parte delle forze nord coreane del capitano Bonifas e del tenente Barrett il 18 agosto 1976 (Axe Murder incident) e al Ponte del Non Ritorno, chiamato così perché qui avveniva lo scambio dei prigionieri di guerra: chi era stato catturato poteva decidere se tornare in patria o restare dov’era. La decisione era definitiva, da qui la denominazione “non ritorno”. Proseguiamo poi verso il Ponte della Libertà che i prigionieri di guerra hanno attraversato mentre tornavano alle loro case nel 1953.

visitare la DMZ

Il tour comprende il pranzo korean style e poi la vista prosegue verso un edificio moderno in acciaio e vetro. Si tratta della stazione ferroviaria Dorasan Station che ad oggi è vuota e con i binari interrotti. Questa fermata ha una storia interessante: aperta nel 1906 collegava Seoul e Pyongyang; venne chiusa a causa delle ostilità tra i due paesi; riaperta nel 2007 per consentire il passaggio di treni merci con forniture industriali e inutilizzata dall’anno seguente, quando il governo nord corano chiuse il confine. Da allora la Dorasan station aspetta di accogliere nuovamente i passeggeri in transito non solo tra i due paesi (“Next stop Pyongyang?“) ma anche quelli diretti verso l’Europa, perché rappresenterebbe uno snodo importante all’interno della linea Trans Siberiana. Ecco quindi che una stazione deserta diventa un’esperienza intensa e carica di significati, la speranza di un futuro ricongiungimento tra i due paesi. 

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Accanto alla stazione si trova l’osservatorio Dora dal quale è possibile avvistare il villaggio nordcoreano di Kijongdong, fatto costruire a scopo di propaganda ovviamente. Cattura poi l’attenzione l’enorme bandiera che il dittatore di Pyongyang ha fatto issare. Sventola a un’altezza di 160 metri e si dice sia stata innalzata per battere quella sudcoreana di – appena – 98 metri di altezza.

Trovarsi così vicini alla Nord Corea è un’esperienza suggestiva: montagne in lontananza, verde lussureggiante (di sicuro il terreno è minato…) e strade. L’altra Corea è a un passo da noi. Tutto ciò fa capire l’assurdità e il dolore della situazione vissuta da persone che parlano la stessa lingua, hanno gli stessi tratti somatici e la stessa religione ma da oltre sessant’anni non possono più comunicare liberamente. Pura follia umana?  

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La visita prevede come ultima meta il Terzo Tunnel di infiltrazione. Dopo la creazione della DMZ, i nord coreani hanno scavato numerose gallerie nel tentativo di invadere Seoul all’improvviso. Quattro di esse sono stati scoperte dai sudcoreani e la terza, venuta alla luce nel 1978 è percorribile dai turisti. Bisogna indossare un casco di protezione e scendere attraverso un sentiero per 350 metri. Il tunnel è umido, stretto e mooolto basso ma non particolarmente impervio. Una volta individuato, è stato chiuso con delle pareti di cemento armato. L’aspetto inquietante è che potrebbero esisterne degli altri che non sono stati ancora scoperti. Attraversarlo è un’esperienza significativa per comprendere sia lo stato di perenne ansia con cui convivono da oltre mezzo secolo i sud coreani, sia l’enorme forza lavoro impiegata dai nemici per la sua realizzazione. 

La visita si conclude e il nostro autobus ci riporta a Seoul nel tardo pomeriggio. L’atmosfera che si respira lungo la DMZ è surreale per noi occidentali, abituati non solo alle frontiere aperte ma anche a vivere in relativa tranquillità. Durante il tour non mi sono mai sentita realmente in pericolo, per mia incoscienza o forse perché in quel nel periodo la situazione era calma, o almeno questo è quello che i militari e le guide ci hanno detto. Visitare la DMZ è una esperienza che sta diventando sempre più popolare: vengono organizzati i tour anche in Corea del Nord, sicuramente con un approccio e una propaganda differente.

I miei consigli per chi desidera visitare la DMZ

  • Prenotare in anticipo: i tour non si svolgono tutti i giorni e ci sono dei periodi dell’anno in cui non sono previsti perché i militari sono impegnati in esercitazioni. Non bisogna dimenticare che la situazione al confine è dinamica e se viene considerata pericolosa, le visite vengono interrotte.
  • Assicurarsi che il tour scelto vi conduca alla Joint Security Area, non tutti prevedono questa tappa che è quella imperdibile a mio parere.
  • Ci sono delle regole severe sull’abbigliamento: indossare pantaloni lunghi, no jeans strappati (si tratta di una questione di propaganda: i nord coreani potrebbero sostenere che gli occidentali non possono permettersi dei vestiti decorosi), no tshirt, no magliette con scritte evidenti.
  • Evitare il contatto visivo con i militari nord coreani, non rivolgere loro la parola e ignorarli. Nel caso nostro non c’è stato nessun approccio da parte loro.
  • Atteggiamento rispettoso: la DMZ non è un museo ma testimonianza concreta della sofferenza che provocano le guerre.