Auschwitz-Birkenau: campo I

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Oswiecim non mi avrebbe mai detto niente fino ad oggi. Nemmeno se qualcuno mi avesse detto che era una località avrei saputo localizzarla nel mappamondo. Ma se qualcuno mi diceva Auschwitz… Questo luogo lo conoscevo di sicuro!

Ebbene, forse non sono in molti a sapere che Oswiecim è la cittadina Polacca nei cui sobborghi si sono svolti, nascosti dagli occhi del mondo, efferati crimini contro l’umanità: a qualche km dalla città di Oswiecim, nella Polonia meridionale, a 1 ora d’auto da Cracovia, sorge il campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, ormai trasformato in museo e luogo di memoria.

Proprio per la brutalità di quanto è accaduto in questo luogo, e per le enormi dimensioni della struttura, questo campo è diventato il simbolo dell’olocausto, talmente tanto conosciuto nel mondo, che anche la città in cui si trova il campo – Oswiecim per l’appunto – è oggi soprannominata Auschwitz.

Entrare ad Auschwitz

Il campo di concentramento si suddivide in più sub-campi. Auschwitz è il campo I. Birkenau il campo II.

Da fuori Auschwitz è un luogo anonimo, l’accesso non è poi così immediato da trovare come ci si potrebbe invece immaginare considerata l’enorme dimensione del campo: l’unica indicazione sembra essere una scritta “Muzeum”, ma che non fa intendere troppo bene di che museo si tratti.

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Per entrare si attraversa un piazzale circondato da reti e fiancheggiato da grandi caseggiati anonimi: solo passando tra un paio di questi ci si trova davanti al familiare cancello di ferro visto e rivisto in tutti i libri di storia, quello con sopra la scritta “Arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi), quasi una presa in giro per tutti coloro che varcavano quella soglia, quasi a voler creare nei carcerati del campo la falsa speranza che, lavorando duramente, alla fine ci si sarebbe potuti guadagnare la tanto agognata libertà.

Visitare il campo di concentramento

Il campo di concentramento di Auschwitz è stato oggi trasformato in un museo: ognuno dei capannoni in essere ospita una mostra, ogni mostra è un pezzo della vita degli ebrei, che per 4 lunghissimi anni (dal 1940 al 1944) hanno varcato la soglia d’ingresso ma che solo in pochi sono riusciti a ripercorrere in senso inverso.

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Gli stabili sono dei veri e propri magazzini, in ognuno dei quali sono stati ammassati disordinatamente, divisi per tipologia, tutti i beni che venivano sottratti ai prigionieri al loro arrivo al campo di concentramento: si passa dalla raccolta di cappelli, a quella di scarpe, dai giocattoli dei bambini, alle protesi, dagli occhiali accatastati alle valigie…

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E’ impressionante pensare che le vittime, uccise dai forni crematori o dal duro lavoro, venivano accatastate disordinatamente nelle fosse comuni, proprio come ora gli oggetti sono ammassati nelle teche di vetro… I prigionieri non erano considerate esseri umani, e il trattamento che gli veniva riservato era al pari di quello riservato agli oggetti.

E’ abbastanza scioccante vedere queste raccolte di beni personali: gli oggetti ammucchiati sono così numerosi da dare un’idea più concreta di quanti siano stati coloro che hanno vissuto l’incubo del campo di concentramento, ed in ogni caso sapere che ciò che si vede rappresenta sempre e comunque una minima parte delle vittime passate di qui…

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Il blocco 11 è l’area dove si trovavano le celle dei prigionieri: la prigione nella prigione. Qui si possono osservare alcune delle celle punitive, sono dei piccoli pertugi di 90×90 cm da cui si entrava tramite una piccola porticina in legno, e dove venivano messi in “punizione” i deportati. In questi piccoli spazi potevano essere stipate più persone contemporaneamente, costrette a passare intere nottate in piedi (in quanto non esisteva lo spazio fisico per sedersi) dopo aver trascorso la giornata regolarmente al lavoro nel campo. Vere e proprie celle di tortura.

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Un po’ al di fuori dell’area dove vivevano i prigionieri si trovano i forni crematori: degli edifici bassi coperti da una montagnola di terreno,  come a volerli mascherare dall’ambiente circostante. L’unico elemento che stona e che fa salire un dubbio riguardo la loro reale funzione è quell’alto camino in mattoni rossi che si erge più in alto delle altre strutture. A volerci entrare si scopre un ambiente spoglio, squallido ed essenziale, dove l’unico elemento caratterizzante sono i forni crematori.

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Maggiori informazioni su come e quando visitare Auschwitz-Birkenau su Il tour della memoria, per non dimenticare

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6 Comments

    • Non sono mai stata a Dachau Tiziana… Ma in generale credo che mettere piede in qualsiasi campo di concentramento provochi sensazioni molto simili: a me genera tristezza, pena, rabbia, anche vergogna per quello che l’essere umano è in grado di fare nei confronti dei propri simili… e un sacco di altre emozioni a volte difficili da elencare..

  • IO non ci sono stato, solo nel vedere si accapricciano la pelle. IN questo campo mio padre era di passaggio perchè fu fatto prigioniero nella guerra 42 – 45. Grecia Albania: vedere cose soprannaturali per quello che facevano rabbrividire. Lavorato nei forni crematori, faceva le pulizie con i guanti che gli passavano, il mangiare scarso, scarsissimo e se non era per uno sheff tedesco che la vorava all’interno non era della SS, che gli passava sotto banco due fette di pane altrimenti sarebbe morto.I poveri ebrei che uscivano dai forni crematori sono stati portati anche hai ristoranti, sene sono accorti perchè nel piatto vi era un dito mignolo con l’unghia, poi lo hanno fatto chiudere, di questi passaggi cene sono stati altri. Mio padre non c’ è più deceduto nel ottobre 2000 età 85.

    • Ciao Mariano, grazie per la tua testimonianza molto forte. Certe cose sono così inumane che è persino difficile credere che siano successe perché sembra impossibile che le persone possano compiere certi atti. Invece le testimonianze personali così come i video e le foto che in concomitanza con la Giornata della Memoria ci stanno raggiungendo ci ricordano che tutto ciò non è stato solo una brutta storia, ma che tutto è successo davvero, sperando che sia un monito affinché tanta cattiveria non si manifesti mai più.

  • Sono stata ad Auschwitz quando ho visitato Cracovia qualche anno fa. Ho avuto i brividi entrando lì. In tutta la mia vita non credevo di poter mai provare un tale gelo. Chi non ci è stato non può capire cosa voglia dire: i musei ti fanno rivivere gli orrori che le persone hanno vissuto in quel posto; vedere le celle di un metro quadrato in cui venivano messe quattro persone è stato terribile. Anche se non vengono più mietute vittime in quel campo, in qualche modo, si sente ancora l’aria di terrore e disperazione solo a guardare i muri e la terra che sono stati toccati da quelle povere anime.

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