L’alba che non conoscevo, quella in malga

Svegliarsi alle 4.30 del mattino può essere traumatico (ed un po’ per me lo è stato) ma dopo un caffè e sapendo che l’esperienza che ti attende è meritevole, lo fai con un sorriso.

Fuori dall’hotel Cant del Gal in Val Canali quel sabato mattina era ancora buio. L’aria, gli alberi, le rocce, tutto era ancora pregno della pioggia che si era riversata intensamente sulla valle la sera prima.

Risalendo il sentiero nel bosco accompagnati da Mauro, la guida del Parco Paneveggio Pale di San Martino, il naso ed i polmoni si riempivano del profumo degli aghi degli abeti, del terreno umido e della resina dei tronchi.

albeinmalga

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Abbiamo attraversato il bosco ed i prati mentre le Dolomiti rocciose si mostravano piano piano ai nostri occhi ergendosi dietro le cime degli alberi.

Dopo un’ora di cammino quando ormai la luce del mattino aveva illuminato timidamente il paesaggio, al limitare del bosco abbiamo trovato una signora ad attenderci: i capelli corti, occhi sorridenti, un fazzolettino legato al collo ed un mazzolino di fragoline di bosco in mano.

albeinmalga

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Era Gianna, la malgara della Malga Canali che attendeva il nostro gruppetto di partecipanti ad #Albeinmalga quel sabato mattina presto.

Emozionata, timida ma sicura di sé, semplice nei modi e nell’aspetto mi ha subito trasmesso tanta simpatia e tenerezza, anche perchè immediatamente ha iniziato a raccontarci della sua infanzia in malga, snocciolando un aneddoto dopo l’altro: storie di infanzia, ma anche spiegazioni sulla natura e la vita in montagna per 365 giorni all’anno…

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Attraversando il prato carico di “aguas” (rugiada) ci siamo diretti verso la malga – il cui camino era rigorosamente acceso e fumante come in ogni malga che si rispetti – e la stalla.

Più ci avvicinavamo alla malga più mi accorgevo che era un piccolo gioiello: la cura di Gianna si manifestava dall’attenzione per i particolari, come i vecchi scarponi trasformati in fioriere e le tendine e le decorazioni di raffia alle finestre della stalla.

Albeinmalga

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Mentre noi attendevamo curiosi fuori dalla stalla, con un ritmico richiamo di Gianna le quattro mucche della malga sono entrate e si sono posizionate ai loro posti per la mungitura.

Ma non sapevano che ciò che quel giorno le aspettava era una mungitura diversa dal solito, fatta dalle inesperte mani di sconosciuti.

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Quando Gianna ha chiesto chi volesse provare a mungere io non mi sono tirata indietro.

La mia performance è stata alquanto deludente tanto che se la povera mucca avesse potuto parlare non avrebbe avuto parole di conforto per me.

Ma nonostante tutto quanta era la felicità di averci provato!

Nella stalla oltre alle mucche c’erano anche altri animali: due vitellini che avevano tanta voglia di farsi coccolare; e poi i coniglietti che zompettavano nel fieno, i pulcini, i maiali che curiosi facevano sporgere il loro nasone dalle assi di legno del recinto… E infine gli asini, con i loro dolci occhioni che sembrano sempre pervasi di tristezza.

Una piccola fattoria in quota!

albeinmalga

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Lasciati gli animali a riposare nei loro recinti ci siamo riparati in malga dove l’umidità dei nostri vestiti si è presto asciugata al calore del focolare.

Poi tutti con qualcosa alla mano, chi le tazze, chi il caffè, chi lo smorum, chi la marmellata, chi le pape… siamo usciti sul prato e ci siamo buttati a capofitto in una tipica colazione da malga.

Dal nostro punto di vista seduti sul prato le vette delle Pale di San Martino erano davvero maestose!

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Ci siamo presi il nostro tempo per sorseggiare il nostro caffè d’orzo e mangiare le pape ricoperte di ricotta affumicata.

Le pape sono quello che una volta si mangiava.. sempre! Colazione, pranzo cena: questo era il cibo che andava per la maggiore perché poverissimo. In pratica una pappetta a base di farina gialla e bianca mescolate con il latte.

Sarà anche stato un piatto povero, ma le pape hanno avuto un certo successo tra noi visto che in più di qualcuno ha optato per il bis.

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Ma con l’aria di montagna il gusto ci guadagna! Eh si perchè ci siamo spazzolati anche una terrina di smorum: uova, zucchero e farina cotti in padella a formare una pastella grumosa, proteica e saporita. Se non bastasse sopra si poteva aggiungere un po’ di bòtiro di malga (il burro) e la marmellata di mirtilli fatta in casa!

Prima di salutarci, con la pancia piena di sapori di malga un ultimo momento di tradizione, quella della falciatura, che il signor Franco, dall’alto della sua veneranda età, nonostante gli acciacchi – lui che una volta saliva le montagne come uno stambecco – continua a svolgere. Ci ha mostrato come affilava la lama della sua falce, con i battiti ritmici del martello e la precisione di chi il suo lavoro lo conosce alla perfezione.

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Quando ormai il sole aveva scaldato le rocce delle Pale di San Martino e i suoi raggi cominciavano a raggiungere finalmente anche la malga Canali, abbiamo ripreso il nostro cammino verso valle, con in spalla un regalo speciale, una toséla fresca fresca che Gianna ha voluto regalarci.

L’alba non l’avevo mai vista dalla malga. E la malga non l’avevo mai vista così.

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