Italia, Lombardia

Il Cenacolo Vinciano: una sorpresa bellissima

Passeggiavo per Milano, ero partita dal Duomo e seguivo i binari del tram n. 16 che mi avrebbero ricondotta a casa facendomi passare accanto all’Institut Français dove c’era una mostra fotografica di Mario Dondero che mi incuriosiva.

Dondero è un fotografo e fotoreporter italiano che avevo avuto modo di conoscere alla Mostra di Robert Capa a Villa Manin visto che in quell’occasione era venuto lui a farci da guida e a raccontarci aneddoti sulle foto del grande fotografo dell’agenzia Magnum.

Così stavo andando all’Institut Français dicevo. Era il primo pomeriggio, non erano ancora le 15 e la mostra non aveva ancora aperto, quindi per ingannare l’attesa mi sono lasciata attirare dal rosso e dal bianco del Santuario di Santa Maria delle Grazie che si trovava proprio lì davanti, e gironzolando ho scoperto il Cenacolo Vinciano, l’ex refettorio dei monaci adiacente alla chiesa dove è conservato il dipinto dell’Ultima Cena di Leonardo.

Sì, ho scoperto. Io non sapevo che questo luogo esistesse.

Ovviamente tutti conoscono l’Ultima Cena di Leonardo da Vinci, ma non credo che tutti sappiano dove è conservata, o almeno io lo ignoravo completamente.

Ero felicissima e volevo approfittarne subito per fargli una visita, ma leggendo i cartelli mi sono accorta che le visite al dipinto sono solo su prenotazione. Picco di felicità seguito da picco di delusione.

Mi guardo intorno, torno a rileggere. Ed ecco che mi si avvicina un signore che mi parla, un dialogo surreale che vi riporto pari pari:

Lui: “Scusi, deve entrare?”
Io: “Eh no, non ho prenotato”
Lui: “No, perché se vuole entrare abbiamo dei biglietti in più. Altrimenti li buttiamo via!”

Ecco, quel signore forse non sa che regalandomi quel biglietto ha reso la mia giornata più bella, le ha dato un senso. Ricapitolando: picco di felicità seguito da picco di delusione, subito seguito da nuovo picco di felicità.

L'ingresso del Cenacolo Vinciano

L’ingresso del Cenacolo Vinciano

 

L’Ultima Cena: la tecnica di Leonardo

Un sistema di porte che regolano la temperatura si aprono progressivamente per proteggere il dipinto.

Si entra a gruppetti di massimo 30 persone e la visita dura 15 minuti.

La sala è ampia e doveva esserlo perché qui i monaci del vicino santuario della Maria delle Grazie consumavano i pasti. Per adornare la sala – come spesso accadeva all’epoca – venne commissionato un affresco su muro che rappresentasse l’Ultima Cena di Gesù con gli apostoli.

Venne commissionato a Leonardo da Vinci che però non fece un affresco perché quella tecnica di pittura non gli piaceva: consisteva nel stendere la malta e dipingerci sopra mentre era ancora bagnata in modo che cementificando diventava tutt’uno con il colore. La tecnica dell’affresco imponeva tempi di esecuzione molto veloci che non si addicevano a Leonardo abituato a portare avanti mille progetti in contemporanea. Infatti per dipingere l’Ultima Cena probabilmente ci vollero 4-5 anni (si conosce solo la data di termine dell’opera, il 1498).

Per l’Ultima Cena Leonardo scelse di stendere un intonaco composto da due strati di gesso e di dipingerci sopra con dei colori a tempera. In questo modo il colore non si è cementificato con il muro come sarebbe accaduto con l’affresco, ma è rimasto superficiale e tende a scrostarsi con l’umidità e gli sbalzi di temperatura (ecco perché il sistema di porte che regolano la temperatura, i pochi visitatori alla volta e tutti gli accorgimenti del caso).

Il dipinto è già stato restaurato una volta – una restaurazione durata 20 anni e terminata nel 1999.

L’Ultima Cena: l’ambientazione di Leonardo

A differenza delle altre – tante – Ultime Cene che sono state dipinte da altri artisti nel corso dei secoli, l’Ultima Cena di Leonardo si distingue perché non rappresenta l’atto dello spezzare il pane, bensì il momento in cui Gesù annuncia che verrà tradito, e lo fa seguendo per filo e per segno la descrizione che fatta da San Giovanni nel suo Vangelo.

Il vero soggetto dell’opera di Leonardo però è un altro: “i moti dell’animo”. Da Vinci voleva rappresentare attraverso il dipinto le sensazioni e le reazioni che la notizia sconvolgente data da Gesù genera sugli apostoli manifestandosi attraverso le espressioni del viso, le mani ed i piedi, risultato dei suoi studi di anatomia sui nervi.

Attraverso le posizioni, gli atteggiamenti, i movimenti degli apostoli è veramente possibile capire che cosa stanno dicendo e pensando i soggetti. Addirittura i piedi semi nascosti sotto il tavolo sono agitati.

L’Ultima Cena e il Codice Da Vinci

La cosa che mi incuriosiva di più sapere dalla guida era un commento sulle elucubrazioni fatte sul dipinto soprattutto derivate dal libro di Dan Brown “Il codice Da Vinci”.

Prima cosa: la persona alla sinistra di Gesù – che vi assicuro sembra davvero una donna – in realtà è l’apostolo Giovanni, il più fedele dei discepoli, che all’epoca era un adolescente e questo spiega i suoi lineamenti dolci, quasi femminili. Quindi non è Maria Maddalena, come invece si rivela nel libro di Dan Brown.

Seconda cosa: la mancanza del calice sul tavolo è dovuta al fatto che in realtà la scena non vuole rappresentare il momento della comunione (con il pane spezzato e il calice di vino) visto che Giovanni nel suo Vangelo non parla dell’Eucaristia, e Leonardo è stato molto fedele alla narrazione. Quindi il calice o Santo Graal non mancherebbe dalla tavola dell’Ultima Cena per qualche motivo particolare.

Io che il libro del Codice da Vinci me lo sono divorato rimango con il dubbio che anche se la maggior parte delle cose possano essere state inventate dallo scrittore, Da Vinci era un personaggio poliedrico e particolare, ed il suo dipinto, così come la sua vita, potrebbero nascondere non pochi misteri… Voi cosa ne pensate?

Per informazioni e prenotazioni per visitare il Cenacolo Vinciano visitate il sito ufficiale.

Foto header credits http://www.cenacolo.it/