La nebbia avvolge le colline piemontesi, è così fitta che mi sento naufraga in un mare di cui non riconosco i contorni. Aguzzo la vista e dalla coltre bianca spuntano qua e là dei filari di vite intirizziti dall’umidità, con foglie gialle e arancioni che ancora si aggrappano ai rami nodosi sfidando l’autunno ormai inoltrato. Non potrebbe essere altrimenti: il Nebiolo, uno dei vini più famosi della regione prende il suo nome proprio dalle nebbie tra le quali viene colto tra ottobre e novembre.
Visitare i castelli del Piemonte in questa atmosfera rarefatta rende tutto ancora più particolare: il reticolo di castelli, torri e residenze nobiliari punteggia il territorio fatto di sali e scendi e punti di avvistamento privilegiati.
Il Piemonte: terra di castelli e nobiltà
Le colline piemontesi sono punteggiate da castelli e torri che raccontano storie di conti e principi. Contese per secoli, queste terre tramandano un passato che ha lasciato in eredità centinaia e centinaia di dimore, ognuna delle quali ha storie incredibili da narrare, spesso raccontate dalla voce di qualche discendente nobile che ancora conserva l’orgoglio per il passato glorioso della propria famiglia.
La mia visita si è intrecciata con Castelli Aperti, un’iniziativa che ogni anno, da primavera a inizio autunno, spalanca le porte di castelli, dimore storiche e borghi piemontesi, molti dei quali ancora abitati da famiglie nobili o trasformati in cantine e musei. Nel 2026, dopo il successo del 2025 con oltre 250.000 visitatori, l’evento si riconferma un’occasione unica per esplorare il Piemonte più autentico, con aperture regolari da aprile a ottobre e visite guidate spesso condotte da proprietari o esperti.
È stato il momento perfetto per tracciare un itinerario tra i castelli del Piemonte, lasciandomi guidare non solo dalla storia ma anche dai profumi e sapori di questa terra: un calice di Barolo in una cantina secolare, il fruscio delle foglie durante una caccia al tartufo, il gusto di un piatto tradizionale servito in un borgo avvolto dalla nebbia.
Nel 2026, l’evento si riconferma un’occasione unica per esplorare il Piemonte più autentico. Per aiutarti a orientarti tra nebbie e colline, ho preparato una mappa del mio itinerario: un percorso che intreccia storia, profumi e sapori, dal Monferrato al Biellese.
Castello di Tagliolo: dove il vino ha radici antiche
Il primo castello del mio itinerario si trova in Monferrato, poco distante dalla Liguria.
Al Castello di Tagliolo le foglie carminio della vite americana ricoprono il muro di cinta accendendolo d’autunno. Attorno al corpo centrale – il cui mastio antico risale all’anno mille – si sviluppa il delizioso borgo di pietra che in primavera esplode dei colori cangianti dei fiori: tra queste mura vivevano tutte quelle persone che gravitavano intorno alla vita in castello, il borgo è ancora oggi abitato e in alcune abitazioni sono stati ricavati degli appartamentini dove è possibile alloggiare immersi in un’atmosfera di altri tempi.



Oggi però il cuore del castello sono le cantine dove nascono vini pregiati del Monferrato: il marchese racconta di questa tradizione lunga secoli le cui prime testimonianze datano al 1400 e la cui eredità si può sorseggiare nelle degustazioni organizzate in cantina o acquistando qualche bottiglia da abbinare a una cena speciale.

Dall’alto della torre Quattrocentesca nelle giornate più belle si gode del panorama sulle colline circostanti. Io oggi purtroppo posso solo immaginarlo, così come immagino le giornate di coloro resi prigionieri in questa torre alta 28 metri, intenti ad osservare lo scorrere della vita anziché viverla.
Il Castello di Tagliolo è disponibile su prenotazione per eventi, inoltre è possibile soggiornare nelle quattro eleganti guest house ricavate all’interno del borgo medievale adiacente al castello. E’ inoltre disponibile l’acquisto dei vini del castello e contattare la struttura per degustazioni. Tutte le info sul sito ufficiale. Per aperture straordinarie tramite Castelli Aperti controlla il sito dell’associazione.
Castello di Morsasco: tra mistero e “manodomestici”
Non molto distante, sempre nel Monferrato mi attende un nuovo castello. La strada fino al Castello di Morsasco è tutta curve tra colline buie e silenziose, il castello è abbracciato dal suo borgo di pietra da cui un tempo era diviso da un fossato e da un ponte levatoio.
Arrivando qui di sera l’atmosfera è surreale con la luce gialla dei lampioni che si mescola all’umidità, diventando solida e palpabile. All’esterno gli alti bastioni parlano di un castello fiero e inespugnabile, all’interno le ampie stanze e la scala imponente rievocano gli sfarzi delle ricche feste e negli affreschi colgo rimandi alla massoneria.


Nei vecchi granai c’è una delle più grandi curiosità di questo castello: una collezione di manodomestici del XIX-XX sec. che include caffettiere, lampade, attrezzi da lavoro, la cui descrizione ed uso è bello ascoltare dalla voce dell’attuale proprietario a cui si deve il merito di aver recuperato questi oggetti.

Il castello di Morsasco si può visitare da marzo a novembre 2026 i sabati alle 15.30 e le domeniche alle 11.00 e alle 15.30. Maggiori informazioni sul sito di Castelli Aperti o sul sito del Castello di Morsasco.
Palazzo La Marmora: il giardino segreto di Biella
Nel cuore antico di Biella, nella parte alta della città, si trova il Piazzo, dove i palazzi signorili cingono le stradine in salita; portici e facciate eleganti nascondono agli occhi curiosi sale ampie ed affrescate e giardini segreti appartenuti all’antica nobiltà biellese.
Il Palazzo La Marmora non è da meno: la facciata color bianco crema dall’esterno rasenta l’anonimato ma l’interno mi sorprende con gli otto secoli di storia della famiglia La Marmora, una matassa di nomi, casate, stemmi e unioni di rami nobiliari avvincente ma difficile da districare.



Un passo dopo l’altro tra i rampicanti e il profumo dei limoni del giardino d’inverno sto passeggiando all’esterno nel giardino rinascimentale che per me è il vero punto forte di questo palazzo. Ritrovo la vite americana che ricopre di sfumature dal marrone al rosso i muri del palazzo; la Torre ottagonale dei Masserano si erge imponente, alleggerita solo dalla trasparenza conferitale dalle nebbie insistenti mentre più giù, oltre la balconata del giardino, emergono i tratti indistinti della città bassa.
Palazzo La Marmora è visitabile da maggio a settembre le domeniche pomeriggio, o al di fuori dei giorni/orari pubblicizzati su prenotazione. Verifica su palazzolamarmora.com o castelliaperti.it per il calendario esatto e visite guidate.
Il Castello di Castellengo e il ricovero delle carrozze
Poco fuori Biella il Castello di Castellengo osserva le colline circostanti dall’alto della sua rocca. Il castello è oggi un monumento nazionale, residenza storica e B&B di charme, location eventi e cantina vitivinicola.
Soggiorno nella deliziosa camera del B&B La Carosera che altro non è che il vecchio ricovero per le carrozze del Castello di Castellengo: ora di quel “garage” d’altri tempi non è rimasto praticamente nulla, sostituito dalla calda atmosfera data dalle travi imbiancate e dai mobili semplici e curati. Al piano di sotto nella Cantina Centovigne il vino ribolle nelle cisterne, maturando in attesa dell’imbottigliamento.

Il mattino, carica di aspettative, mi affaccio dalla finestra della mia stanza sperando di scorgere il panorama a perdita d’occhio su colline e montagne che mi hanno detto si può ammirare da qui, ma la nebbia imperterrita avvolge ancora boschetti e filari di vite, così come le mura del castello poco più in alto.


Esco per fare quattro passi. Mentre mi stringo nel calore della mia sciarpa mi lascio catturare dall’atmosfera misteriosa e singolare dei castelli avviluppati tra le nebbie del mattino, che ormai in questo viaggio mi sta diventando familiare, ma che nonostante tutto non smette di impressionarmi.
Il Castello di Castellengo non è aperto al pubblico ma è disponibile come location per eventi. E’ tuttavia possibile contattare la proprietà per visite guidate su prenotazione. Maggiori informazioni sul sito del castello.
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La Torre di Barbaresco, un faro di pietra tra le onde di Langa
Se i castelli raccontano la nobiltà, la Torre di Barbaresco racconta la resilienza e l’orgoglio di un territorio che ha saputo diventare patrimonio mondiale. Alta 30 metri e costruita in laterizio nel XIV secolo, si erge come un monolite solitario su uno sperone roccioso che domina la valle del Tanaro.
Per secoli è stata una sentinella silenziosa, testimone di contese tra Alba e Asti, per poi rischiare l’oblio. Oggi, dopo un restauro magistrale, è diventata un punto nevralgico per i wine lovers e per chiunque cerchi la fotografia perfetta.

Tra i piani della torre si ripercorrono i sapori del vino, in particolare del DOCG Barbaresco, attraverso documenti e narrazioni nella sala multimediale e degustazioni nella Sala di Analisi Sensoriale o con vista dal culmine della torre.
Se puoi, programma la visita verso l’imbrunire. Sorseggiare un calice di Barbaresco sulla terrazza panoramica mentre il sole scende dietro le colline è una di quelle esperienze che non scorderai. La torre non richiede prenotazione obbligatoria per la salita, ma programma la tua visita se vuoi partecipare a una delle degustazioni sensoriali.
Castello di Pralormo: la vita di corte e Messer Tulipano
Al Castello di Pralormo le “Case della Giardiniera” sono appartamentini ricavati in quelle che un tempo erano le abitazioni dei dipendenti del castello – l’erborista, il boscaiolo, il cocchiere, l’ortolano, la giardiniera – e che trasmettono negli oggetti e negli arredi la personalità, l’abilità ed il “fare” di questi personaggi.
Io mi risveglio nella casa dell’erborista: sulla testiera del letto sono appollaiati gli uccellini, ai muri sono appese antiche mappe che identificano le piante curative, una piccola cassetta in legno cela gli attrezzi del mestiere e in un angolo troneggia il bastone dell’erborista, quello che portava sempre con sé nelle sue passeggiate tra i boschi alla ricerca di erbe medicinali. Le stanze rispecchiano così intensamente i personaggi che mi sembra di sentirne la presenza: ho la sensazione che l’erborista non abbia mai smesso di abitarci, ma che sia solo uscito prima del mio risveglio per andare alla ricerca di erbe nei boschi e prati intorno al castello.


A Pralormo è come immergersi in un’atmosfera d’altri tempi: le antiche cucine del castello conservano ancora tutti gli oggetti di uso quotidiano – anche qui non mi sorprenderei se da un momento all’altro entrasse la cuoca e mettesse su la zuppa sul paiolo.
E’ un viaggio sorprendente nel tempo quello che si fa accompagnati dai Conti padroni di casa che inizia con le cantine e le cucine per poi salire al piano nobile e alla soffitta destinata a sala giochi per i bambini con una incredibile collezione di trenini elettrici.



Il Castello di Pralormo è aperto al pubblico dal maggio ad ottobre, tutte le domeniche e nelle principali festività. Dal 28 marzo al 26 aprile 2026 aperto tutti i giorni in occasione di Messer Tulipano, lo straordinario evento botanico che trasforma il parco storico in un giardino incantato. Tutte le info sul sito ufficiale.
Oltre i castelli, le eccellenze del territorio
Il Tartufo Bianco d’Alba: l’oro ipogeo delle Langhe
Sorseggiare un vino è piacevole, ma la coccola vera è accompagnare un buon calice a qualcosa di gustoso da mettere sotto i denti. Tra ottobre e dicembre il Piemonte celebra il suo re più silenzioso e prezioso: il Tartufo Bianco d’Alba (Tuber magnatum Pico).
Proprio in questo periodo la città si trasforma con la Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba (nel 2026 giunta alla sua 96ª edizione). Non è solo un’esposizione, ma un rito: una passeggiata tra i padiglioni del Mercato Mondiale è quello che ci vuole per stimolare l’appetito. Appena entrati si viene investiti da un “pugno” di profumi inconfondibili – un mix di terra umida, fieno e miele – che si fa più intenso avvicinandosi ai banchi dei trifulau. Qui, sotto teche di vetro come gioielli preziosi, riposano esemplari di ogni forma e peso, pronti per essere analizzati dai giudici del Centro Studi Tartufo che ne garantiscono la qualità.
Come gustarlo: l’arte della semplicità
Il tartufo bianco è timido: non ama le cotture né le ricette troppo elaborate. Il calore eccessivo ne distruggerebbe l’aroma volatile. La regola d’oro? Si mangia rigorosamente a crudo, affettato a lamelle sottilissime direttamente sul piatto.
Se volete onorarlo come si deve, puntate sui classici della tradizione piemontese:
- I Tajarin: pasta all’uovo ricchissima (fino a 40 tuorli per chilo di farina) condita con burro d’alpeggio.
- L’uovo al tegamino: il grasso del tuorlo fuso è il veicolo perfetto per esaltare le note del tartufo.
- La carne cruda all’albese: un battuto di fassona che accoglie il fungo con delicatezza.

Caccia al tartufo
Le giornate a novembre sono corte, manca poco all’imbrunire mentre seguo con lo sguardo i movimenti della dolce Yuma nel bosco. Lei è un cane da tartufo, uno dei tanti che in Piemonte – grazie al loro incredibile olfatto – vengono impiegati nella ricerca dei tartufi.

Le orecchie penzolanti di Yuma accarezzano il terreno così come il suo naso umido e palpitante. Il padrone la osserva, la incita e la richiama a sé quando si allontana troppo. E’ un’emozione incredibile quando inaspettatamente smette di annusare e decisa inizia a scavare: la bravura del trifulau è quella di arrivare più veloce possibile, fermarla e verificare l’entità del tesoro trovato.


I miei occhi brillano e il cuore batte forte quando dalla terra umida le mani estraggono quel piccolo tesoro: il profumo esplode coprendo ogni altro odore del bosco, inebriando le impazienti narici di chi vuole fare propria quella fragranza. Una carezza e un premietto a Yuma che torna istintivamente ad abbassare il naso sul terreno e a riprendere la sua forsennata ricerca incurante del buio che avvolge ormai il bosco.
Se anche tu vuoi vivere l’emozione della ricerca simulata, molte aziende agricole e trifulau locali organizzano “esperienze di ricerca” su prenotazione. È il modo migliore per capire il legame ancestrale tra uomo, cane e terra.
Lane d’eccellenza: la trama di un territorio
Dopo le suggestioni visive dei castelli, il profumo inebriante del tartufo e il calore del vino, un nuovo senso viene stimolato in questo viaggio: il tatto.
Mi ritrovo ad accarezzare, quasi con timore reverenziale, i diversi campioni di lana affastellati nei laboratori della Fratelli Piacenza 1733. Siamo nel cuore del distretto biellese, dove l’acqua dei torrenti, così pura e leggera, ha permesso per secoli di lavorare le fibre rendendole incredibilmente morbide. Qui l’industria laniera non è solo fabbrica, è cultura: una delle eccellenze italiane e mondiali che ancora oggi veste l’alta moda internazionale.


Passeggiare tra queste valli, circondate dai profili severi delle Alpi tra Piemonte e Valle d’Aosta, fa capire come l’industria italiana sappia dare il meglio di sé unendo il passato e il futuro. Ieri erano processi puramente artigianali, oggi sono macchinari tecnologici e controlli di qualità millimetrici. Eppure, quello che mi resta impresso non sono i dati tecnici, ma la carezza dei tessuti che scivolano tra le dita, la delicatezza dei filati impiegati e quelle fantasie che prendono vita dall’incrocio di semplici matasse.
Poco distante dal lanificio ti segnalo il Ristorante Il Faggio di Pollone dove – a proposito di eccellenze – si possono gustare ottimi piatti piemontesi a base di ingredienti provenienti da produttori locali.
Un viaggio che resta nel cuore
Visitare il Piemonte, tra la nebbia che nasconde e i castelli che svelano, è un’esperienza che richiede lentezza. È un itinerario fatto di silenzi, di colline che sembrano dipinti e di incontri con persone (e cani come Yuma!) che amano profondamente la propria terra.
Che sia per ammirare la fioritura di Messer Tulipano a Pralormo o per perdersi nei sapori della Fiera del Tartufo, questa regione continua a confermarsi una meta capace di sorprendere ogni volta, come se fosse la prima.
Questo racconto è un excursus della mia esperienza tra le eccellenze del Piemonte, frutto della collaborazione con l’Associazione Castelli Aperti, l’ATL di Biella e il turismo delle Langhe e del Roero.
E tu, quale di queste tappe inseriresti per prima nel tuo itinerario piemontese? Fammelo sapere nei commenti!


